Il senso del viaggio in una “città eterna”

Spostarsi nel mondo per guardare la buccia delle cose non vale il prezzo del biglietto nemmeno nell’epoca dei voli a basso costo. La buccia dei monumenti la si può guardare benissimo da casa, comodamente seduti davanti alla Tv o al computer. Perché valga la pena di spostarsi, arrivare in un posto lontano, vedere – e non solo guardare – quello che c’è da vedere, il viaggio va fatto in altro modo. La «semplice occhiata» di cui scrive Vargas Llosa non basta. È necessario sapere che cosa si ha di fronte: non solo qualche data e i nomi ma le circostanze, gli avvenimenti, le persone, i mutamenti.

Tanto piú se si tratta di visitare lo straordinario contenitore di storia e di storie rappresentato da una città, una qualunque grande città, ma Roma, Gerusalemme e Istanbul in modo particolare. Perché Istanbul, come le altre due, è «città eterna», prodigiosa, che ha scavalcato i secoli, ha mutato natura, lingua, religione, ordinamento politico, ha esercitato il dominio su vasti territori depositandovi la propria impronta, grazie anche alla sua posizione sospesa tra due continenti. La Tracia (estremità sud-orientale dei Balcani) e l’Anatolia (regione dove il sole si leva, in greco anatole) sono state la culla di alcune tra le piú grandi civiltà della terra. Ha cambiato nome tre volte: Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul; ancora nella metà dell’Ottocento nelle sue strade si parlavano il turco, il greco, l’armeno, l’italiano, l’ebraico, il francese e l’inglese. Arrivare a Istanbul ignorando da quali complesse vicende la città sia stata formata toglie al viaggio non solo molta parte della sua utilità, ma perfino quella dose di «divertimento» che da un viaggio ci aspettiamo: riconoscere un modello, ritrovare nel profilo urbano qualcosa che si conserva nella memoria da una fotografia, un racconto, un vecchio libro. I monumenti sono muti, i ruderi giacciono indecifrabili, gli oggetti conservati nei musei diventano insignificanti se non si sa come interpretarli, di quali eventi siano stati protagonisti o testimoni, quali memorie sia necessario richiamare perché comincino a dire di sé.

Allora può avvenire il miracolo: davanti al silenzio di una cripta, al resto di un obelisco, a un luminoso mosaico bizantino, alle ombre di un criptoportico nei palazzi imperiali, all’eco ritmica di uno stillicidio in una basilica semi sommersa, può accadere di dimenticare l’incessante brulichio della città moderna ritrovando per qualche breve momento un’eco delle tante imprese umane che qui, nel bene e nel male, si sono consumate.

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dimensionec

Se apro la porta al mondo, forse qualcuno entrerà

1 commento su “Il senso del viaggio in una “città eterna””

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