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Cannabis Terapeutica 👨‍⚕️

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Foto del 1891 – cannabis 👨‍⚕️

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Dal libro ad oggi

Fino al 2011 ho vissuto la “mia vita”, quella che ho voluto fin da bambina. Tutto quello che ho fatto l’ho scelto e questa è stata una grandissima fortuna. Così da una vita frenetica come quella di tante donne, in costante equilibrio fra figli, marito, casa, famiglia, lavoro, amici, sport e mille interessi, mi sono progressivamente trovata a vivere da ostaggio del mio stesso corpo.

Prima della cannabis terapeutica, il mio corpo era una GABBIA dotata di vita propria. Decideva lei. C’erano giorni in cui si rimpiccioliva fino a togliermi il fiato, mi stritolava, faceva male. Altri, in cui era più ariosa. Ho imparato col tempo a conviverci ma per farlo ho capito che dovevo assaporare il “tempo” che mi regalava per sognare, per pensare, per scavare, per conoscermi e per conoscere, per dar valore ai particolari, per ascoltare, per nutrire le mie passioni, per assecondare le mie curiosità, per informarmi, per abbattere muri, per comunicare, per condividere. Se non lo facevo e pensavo solo ai limiti che la gabbia mi imponeva, impazzivo. Poi c’erano i giorni (rari) in cui la gabbia apriva improvvisamente lo sportellino e quello era il momento esatto in cui spiccavo il volo. Mi stupivo, mi entusiasmavo, liberavo la fantasia, progettavo, cantavo, ballavo, ridevo, gioivo, respiravo libertà, facevo per dar vita ai sogni. Così per anni, fino a quando mi sono resa conto che ormai da tutte le pillole e le gocce che prendevo, non traevo più nessun beneficio, ma solo effetti collaterali, e che a 45 anni non avevo nessuna intenzione di accettare una situazione estremamente dolorosa e al limite dell’autosufficienza. Ho ascoltato persone competenti e i consigli di chi mi voleva bene, mi sono informata, ho studiato, ho cercato di capire e alla fine ho dato fiducia alla CANNABIS TERAPEUTICA. Ho scelto di affidarmi al dr. Bertolotto.

Da qui la lenta rinascita. 

Nessun miracolo immediato, la terapia va modulata nel tempo e cucita addosso al singolo paziente, ma l’assenza di dolore continuo, di spasmi muscolari e di quella snervante ma continua stanchezza, mi hanno permesso di lavorare su me stessa. È stato un percorso lungo, faticoso emotivamente e fisicamente. Anni di esercizi quotidiani (nessuno credeva che potessi tornare a “sembrare normale”) ma ce l’ho fatta!

Mesi e mesi di uncinetto e lavoro ai ferri per allenare le mani. Questo mi ha permesso di tornare a fare prima una firma, poi a scrivere (la calligrafia cambia a seconda dei giorni ma è leggibile).

Le gambe…mesi e mesi di rieducazione tanto dolore e tanta fretta di recuperare. Poi ho capito che la fretta non serviva ma serviva tanta costanza. Esercizi su esercizi, tutti i santi giorni. Sono arrivata al tapis roulant! Da 5 minuti a un’ora. L’obiettivo era tornare a correre, ma non ce l’ho fatta o meglio, non ancora.

La concentrazione è stata la bestia più difficile da domare.

Non riuscivo a seguire un discorso e non riuscivo a farlo, tantomeno riuscivo a guardare un film o a leggere un libro. Non mi ricordavo la sequenza per cuocere un piatto di pasta. Mi dimenticavo di mangiare e tanto altro. Ricordarmi di prendere le medicine era un dramma e poi lo era ricordarmi se le avevo prese o no.

La fotografia mi ha aiutata tanto a ricordare, a focalizzare i particolari.

Avevo il terrore di non ricordare più certi attimi, certe sensazioni, certe espressioni e fotografavo tutto. Una sorta di memoria aggiuntiva che mi serviva per comunicare anche agli altri cose che magari facevo fatica ad esprimere a parole. 

Dover accantonare i numeri che mi avevano accompagnata per tutta la vita, mi ha permesso di esplorare altri mondi che avevo sottovalutato e trascurato, fra tutti la parola, la scrittura.

L’uso terapeutico della scrittura non lo avevo mai preso in considerazione, invece è stato una svolta. Quel benedetto libro scritto per gioco, senza nessuna convinzione reale, mi ha dato delle soddisfazioni e delle consapevolezze impensate. E mi ha aiutato a ricordare e a stare concentrata.

Faccio ancora fatica a ricordare titoli di film o di libri, a volte non mi vengono le parole, ma ci faccio una risata sopra.

UNA RISATA, non un sorriso affettuoso, o forzato, o compiacente. Una risata è tanto, perché o scatta o non scatta, ma se scatta lo fa dal cuore.

La cannabis terapeutica mi ha ridato il dono della risata!

Poi capita che finiscano le scorte di cannabis. Non in una farmacia, non in una città o in una zona, sono finite le scorte in tutta Italia. I malati si sono trovati TUTTI progressivamente senza la terapia.

Cosa succederà alle nostre vite?

Ed è il panico!

Nonostante tanti sacrifici e tanto dolore non mi è mai mancata la voglia di lottare col sorriso, di ironizzare, di scherzare. Ero felice (sembra una bestialità) ero serena e sicura, perché avevo una motivazione, un obiettivo da raggiungere. In quel momento solo il pensiero di dover interrompere la terapia per mancanza di cannabis e quindi il rischio evidente di poter avere un’altra ricaduta pesante, mi ha destabilizzata profondamente. Cosa mi succederà? 

La CERTEZZA DELLA TERAPIA è fondamentale per tutti i pazienti che grazie alla cannabis medica, “vivono”.

Non solo per i problemi fisici che si ripresentano e a cui non sei più “abituato”, ma soprattutto da un punto di vista psicologico. Subentra la PAURA perché adesso sai esattamente cosa hai passato, la fatica che hai fatto e non sai se avrai la forza di ricominciare da capo. Sono stati giorni di paura! Il mio castello di pace e serenità, il mio nido ovattato, il mio equilibrio interiore conquistato con tanta perseveranza, il mio eremo di pace identificato come la soluzione dei miei problemi, le rinunce pesanti ma meditate e fatte con convinzione, tutto stava crollando. Mi chiedevo “che ne farò dei calcinacci?” L’idea di ricominciare tutto da capo mi terrorizzava perché non sapevo se ne sarei stata capace. Fortunatamente sono stata pochi giorni senza bedrocan ed ho ricominciato a vivere!

E’ ormai passato un anno, sono cambiate tante cose, la terapia l’ho sempre avuta (ma non è così in tutta Italia), le procedure sono state semplificate (ma non è così in tutta Italia), è stata fatta tanta informazione (ma tanta è ancora da fare), si è cominciato a fare formazione (ma siamo solo all’inizio), le istituzioni stanno reagendo alle tante sollecitazioni di associazioni e pazienti (abbiamo una bella legge, facciamo che venga recepita a livello regionale, da tutte le regioni, perché i pazienti sono ovunque e tutti UGUALI).

Non è proprio il momento di mollare, ma di unirsi, collaborare, essere propositivi e FARE.

la scrittura

Ho sperimentato la potenza terapeutica della scrittura anni fa e adesso ci riprovo in un modo diverso, con un blog.

Nel 2016, dopo una lunga opera di convinzione da parte di amiche ed amici, ho scritto un libro sulla storia della mia vita. Un libro nato per gioco, quasi per scommessa, sicuramente come ringraziamento. Perchè per scommessa? perchè è stato un esperimento condiviso. Io scrivo la mia vita, mi spoglio da ogni timore , da ogni intimo pudore e vi racconto la Claudia che si cela dietro ad un sorriso costante, nonostante le malattie e il dolore, e voi scrivete il primo ricordo che vi viene in mente pensando a me. E pubblichiamo tutto! (non avete idea di quanto sia stato gratificante)

E’ un libro particolare, fatto di colori, di immagini, di foto, di post pubblicati su fb, di leggerezza e di tanti sorrisi, ma soprattutto è un libro scritto con amore e per amore. Un modo come un altro per ringraziare tutti coloro che ci sono sempre stati e che continuano ad esserci. Per far capire a tutti quanto per un malato, o per una persona in difficoltà, sia fondamentale non sentirsi soli. La forza in quei momenti la assorbi da un abbraccio, da un bacio, da un sorriso, da una chiacchierata, ma anche solo da un messaggino wa con una faccina sorridente come per dire “io ci sono!”

Questa preziosissima e costante vicinanza si è protratta per anni e continua tutt’ora. La famiglia, gli amici di una vita, gli amici nuovi ma altrettanto importanti, i miei cani e i miei gatti.. il mio mondo!  

Tutti loro meritano un mio ennesimo sforzo.

Se qualcuno di voi è incuriosito, questo è il libro e lo potete scaricare gratuitamente dal seguente link

http://www.ebookservice.net/scarica_ebook_gratis.php?ideb=2256

Perché ho aperto un blog e perché oggi?

Perché ho bisogno di urlare

Urlare sì, perché il mondo non mi  sente, io non mi sento.

La rabbia mi divora e nel mangiarmi dentro impasta anche le emozioni.

Non c’è più differenza fra cuore, stomaco e cervello.

È tutto un’amalgama viscida e strisciante che si insinua melliflua fra le viscere, che scorre nelle vene, che scava nei pensieri e li confonde.

Non esiste una definizione che esprima quello che mi sta succedendo.

Posso solo lavorare per immagini.

Mi sento come una Balena spiaggiata, che si divincola goffa, che fatica a respirare, che brucia sotto i raggi del sole, che anela a tornare nel suo mare, dove ha sempre volteggiato libera, quasi leggera.

Mi sento come un Calabrone dalle ali d’oro, inquietante nel suo ronzare, ma tanto indifeso e inerme quando si ribalta a pancia in su. Frenetico il suo inutile zampettare nell’aria, consapevole (per istinto) che se non trova un appiglio casuale, il suo destino è la morte.

Mi sento come un albero in primavera, al suo risveglio, carico di gemme, pronto a dare seguito ai progetti che lo attendono. Foglie, fiori, frutti… e proprio sul più bello, un dolore forte, un rumore assordante di motosega e tutti i progetti di vita ridotti in piccoli zocchi di legna da ardere. 

Sento che la mia dolcezza si sta sciogliendo al sole come un gelato cremoso e appiccicaticcio.

Provate a pensare ad una banda musicale che suona in una festa di paese deserta in una giornata nebbiosa..questa è la tristezza, la melanconia che mi accompagna in questi giorni.

C’è una definizione appropriata? Un termine che identifichi questo complesso di stati d’animo?

Non lo so e non mi piacciono gli incasellamenti.

Non voglio far parte di una categoria, non è interessante né migliorativo.

Voglio reagire!