Avanti anni luce..

Succede in Nuova Zelanda: un deputato, di ritorno dal congedo di paternità, ha portato il suo bambino in Parlamento.
Il presidente del Parlamento se n’è preso cura durante il dibattito

#nuova zelanda, #parlamento, #vita,

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La lettera d’amore di Italo Calvino a Elsa de’ Giorgi (circa 1955/58)

Cara, amore ho sempre un’apprensione quando apro una tua lettera e uno slancio enorme di gratitudine e amore leggendo le tue parole d’amore. Il ritratto del giovane P.P. è molto bello, uno dei migliori della tua vena ritrattistica, di questa tua intelligenza delle personalità umane fatta di discrezione e capacità di intendere i tipi più diversi, questa tua gran dote largamente provata nei coetanei.

È la stessa dote che portata all’estremo accanimento dell’amore ti fa dire delle cose così acute e sorprendenti quando parli con me di me che ti sto a sentire a bocca aperta, abbacinato un insieme d’ammirazione per l’intelligenza, o incontenibile narcisismo, e di gratitudine amorosa. Ho più che mai bisogno di stare fra le tue braccia. E questo tuo ghiribizzo di civettare che ora ti ripiglia non mi piace niente, lo giudico un’intrusione di un moti psicologico completamente estraneo all’atmosfera che deve reagire tra noi.

Gioia cara, vorrei una stagione in cui non ci fossi per me che tu e carta bianca e voglia di scrivere cose limpide e felici. Una stagione e non la vita? Ora basta, perché ho cominciato così questa lettera, io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro. È forse anche qui la paura di soffrire che prende il sopravvento? Cara, cara, mi conosci troppo, ma no, troppo poco, devo ancora farmi conoscere da te, devo ancora scoprirmi a te, stupirti, ho bisogno di farmi ammirare da te come io continuamente ti ammiro.

#amore, #lettera, #italo calvino,

Cervello, individuato gene responsabile della neurogenesi

Individuato il gene responsabile della neurogenesi: si chiama Coup-Tfi e regola la produzione delle cellule cerebrali, facendo in modo che non ne vengano create troppe o troppo poche. A scoprirlo, nell’ambito di una ricerca pubblicata sulla rivista Cell Reports, sono stati gli scienziati italiani dell’Università di Torino coordinati da Silvia De Marchis, in collaborazione con il laboratorio dell’Università di Nizza diretto da Michèle Studer. Secondo gli autori, questo gene farebbe in modo che le cellule staminali producano la corretta quantità di neuroni e astrociti – un eccesso dei secondi, infatti, potrebbe provocare processi infiammatori associati a deficit cognitivi e allo sviluppo di patologie come l’Alzheimer.

Gli studiosi spiegano che l’esistenza di cellule staminali in alcune regioni del cervello dei mammiferi adulti è nota, mentre restano da scoprire i fattori che regolano la neurogenesi, ossia la formazione di nuovi neuroni. Per identificarli, i ricercatori italiani hanno quindi esaminato il ruolo che il gene Coup-Tfi – responsabile di diverse funzioni nello sviluppo del cervello – ricopre nelle staminali dell’ippocampo, una regione fondamentale per lo svolgimento di processi cognitivi come la memoria e l’apprendimento. In quest’area cerebrale le cellule staminali producono nuovi neuroni (neurogenesi) e altre cellule del sistema nervoso, chiamate astrociti, che costituiscono la glia (astrogliogenesi).

“L’equilibrio tra neurogenesi e astrogliogenesi assicura il corretto funzionamento dell’ippocampo, mentre uno sbilanciamento a favore della seconda è tipico della condizione di ‘neuroinfiammazione’ che può portare a deficit cognitivi, ed è spesso associata a patologie cerebrali, come ad esempio la malattia di Alzheimer – spiega la professoressa De Marchis -. Tuttavia fino a oggi i meccanismi molecolari che regolano questo rapporto di equilibrio non erano noti, ed è proprio qui che si è incentrato il nostro studio”.

Gli scienziati hanno infatti scoperto che Coup-Tfi controlla che le cellule staminali producano la giusta quantità di neuroni e astrociti. Grazie all’impiego di modelli transgenici, gli esperti hanno eliminato in modo selettivo il gene nelle staminali dell’ippocampo, senza alterarne la funzione durante lo sviluppo. Hanno così scoperto che in assenza di Coup-Tfi la neurogenesi è diminuita, mentre la produzione di nuovi astrociti è aumentata. Inoltre, hanno osservato che in presenza di neuroinfiammazione il gene appare ridotto nelle staminali adulte, e che ripristinando la funzione di Coup-Tfi nelle staminali nel cervello infiammato è stato possibile ristabilire il corretto rapporto tra neurogenesi e astrogliogenesi.

“I dati ottenuti dimostrano che Coup-Tfi è fondamentale per favorire la genesi di nuovi neuroni dalle staminali ippocampali, limitando un programma di default diretto alla produzione di astrociti – conclude l’esperta -. Lo studio, oltre a chiarire un meccanismo biologico alla base della produzione di nuovi neuroni nel cervello adulto, apre interessanti prospettive per il trattamento di disfunzioni cognitive associate alle malattie neurologiche. La strada in questa direzione è ancora lunga, e solo grazie a uno sforzo collaborativo congiunto e con nuove risorse a sostegno della ricerca saremo in grado di percorrerla”.

#neurogenesi, #Coup-Tfi, #malattie neurologiche,

Donne sfigurate, sirene giapponesi e un caporale senza arti. – Il fotoreporter FEDERICO BORELLA si racconta ad About Bologna

DI GIULIA PETRUZZELLI

Ci siamo conosciuti su Facebook, ci siamo scritti su Whatsapp, ci siamo parlati via Skype. Inizia così l’intervista, decisamente 2.0, a Federico Borellafotogiornalista bolognese classe ‘83, che da 10 anni scopre, ritrae e racconta storie di cronaca ordinaria e straordinaria, possibilmente da un capo all’altro del mondo. Quando ci sentiamo in un sabato di maggio sono le 18:00 ora italiana, le 23:00 per lui che mi risponde dall’India. E la prima domanda non poteva che essere cosa ci facesse lì…

“In questo momento mi trovo nel sud del paese, in uno Stato che si chiama Tamil Nadu e sto lavorando ad un nuovo progetto sui cambiamenti climatici. In particolare, sulle comunità dei contadini che a causa di questi cambiamenti vengono forzatamente portati al suicidio. A giugno scorso una ricercatrice dell’Università di Berkeley ha pubblicato uno studio in cui ha messo in evidenza questa relazione: stiamo parlando di circa 60.000 morti negli ultimi 25 anni. Qui, in particolare, il problema è legato alla recente siccità del fiume principale della regione da cui, però, dipende l’economia di numerose famiglie di contadini. Io per il momento, grazie all’aiuto di un’Associazione, ho incontrato quattro famiglie i cui contadini si sono uccisi l’anno scorso, nel 2017, e che hanno dovuto trovare forme di sostentamento diverse dall’agricoltura”.

Tra i lavori più apprezzati di Federico, che all’India ha dedicato altri due servizi – Sheroes, vittime eroiche di attacchi con l’acido, e Living with the attacker, storia di Geeta e Neetu, mamma e figlia sfigurate dal marito/padre/assalitore – ci sono anche servizi come The enduring life of a quad amputee veteran, ritratto del veterano senza arti Todd Nicely iniziato nel 2014 e Women of the sea sulle donne-sirene-pescatrici Giapponesi.

GEETA E NEETU, INDIA

India, Giappone, Norvegia…come decidi che c’è un posto e una storia da raccontare?  

Prima cerco il paese, dopodiché mi guardo anche per mesi le notizie locali di quel paese e partendo sempre da una notizia, ovvero da un fatto che compare sui quotidiani, cerco di  svilupparla a lungo termine. Il mio lavoro si ispira a quello di una serie di fotografi e, in primis, a quello di una fotografa e del suo progetto più titolato – forse uno dei più bei pezzi di fotogiornalismo al mondo – “Family love” di Darsy Padilla che ha impiegato 20 anni a seguire la storia di una donna di San Francisco. In generale, sono contrario al lavoro fatto in pochi giorni: è evidente che ci sono alcuni progetti autoconclusivi, come l’ultimo che ho fatto sulla comunità curda in Giappone, ma più spesso cerco di portarli avanti nel corso del tempo perché sono convinto che da questo dipenda anche la qualità del servizio stesso.

JAPAN, TOKYO, WARABI, 2017

Le tue storie durano anni: oltre al bagaglio emotivo, porterai a casa con te una quantità di materiale importante. Cosa cerchi in una foto e quindi come scegli quelle che andranno poi sviluppate?  

Bella domanda…provo a risponderti con una metafora. Quando componi o cerchi di comporre una storia è un po’ come la scaletta di un concerto: il primo pezzo musicale deve essere una bomba perché è quello che carica il pubblico, poi magari anche il secondo lo è.  Ecco, già da lì ti puoi immaginare che se si facessero sempre solo pezzi sparati a mille o sempre tutti lenti, non ci sarebbe un’ alternanza. Funziona più o meno nello stesso modo la costruzione di un reportage, ci sono certe foto che devono dire qualcosa e delle altre più “traghettatrici” che portano ad un altro argomento, e così via.

Donne sfigurate dall’acido, droga, il marine sopravvissuto: sono temi, storie “delicate”, qual è stato il progetto più difficile?

Potrei dire tutti per motivi diversi. Prima della storia di Geeta e Neetu, la famiglia sfigurata dall’acido, c’è stato Sheroes su cui io e il mio collega Saverio ci siamo interrogati molto anche a livello di pianificazione. Poi, una volta arrivati qui, si è tramutato tutto nella cosa più semplice del mondo. Se avessimo pensato di avere a che fare con soggetti diffidenti, sbagliavamo: è stato esattamente l’opposto, e lì sono rimasto piacevolmente sorpreso. Ognuna delle Sheroes ha una storia terrificante alle spalle, però sono abbastanza abituate alla presenza dei media, nel senso che qui in India sono quasi delle star. Sono molto conosciute perché sono state le prime a iniziare una vera e propria campagna contro la violenza sulle donne e sull’uso indiscriminato dell’acido.

GEETA E NEETU, AGRA, UTTAR PRADESH, INDIA, 2015.

Però, proprio per il fatto che io in quel caso mi sono fermato per un mese, si è sviluppato un rapporto diverso. Se poi vedono che tu ogni anno torni per loro, ecco lì cambia non poco la relazione e la percezione. Qui purtroppo c’è la barriera linguistica che mi frega un po’ e devo avere sempre l’interprete. In altri progetti come Todd (il marines che ha perso gli arti – ndr), invece, non c’è nemmeno quell’ostacolo.

LAKE OZARK, MISSOURI, 2014, TODD NICELY

Nei tuoi progetti alterni bianco e nero e colori. Il tuo profilo Instagram, ad esempio, parla quasi esclusivamente in bianco nero: è una decisione che viene fatta a monte o in fase di sviluppo?

Fosse per me, avrei fatto tutto in bianco e nero fino alla fine dei giorni, ma non me lo posso permettere. Il mercato del bianco e nero attualmente è quasi invendibile, mentre il colore lo è molto di più. Io preferisco il bianco e nero perché è molto più personale: ci si concentra molto di più sull’emozione che trasmette lo scatto senza distrazioni. Poi in fondo la fotografia è nata in bianco e nero e su certi temi secondo me la fa da padrone. Se penso al lavoro di Todd a colori mi viene male!

TODD NICELY, LAKE OZARK, MISSOURI, USA, 2014.


Qualche consiglio per chi vuole diventare fotogiornalista?

Quando ho iniziato io mi hanno sconsigliato caldamente di intraprendere questa strada, ma è stato fatto volutamente e con il passare degli anni me ne rendo sempre più conto. E’ ovvio che è un mestiere di cui non si vive, sono pochissimi quelli che se lo possono permettere e forse saranno sempre meno. Partendo da questo presupposto, bisogna avere una volontà di ferro, deve essere veramente una cosa che soddisfa e in cui si crede. Alcune volte mi sento dire: “Ah ma almeno sei sempre in giro, vedi un sacco di cose”. Vero, però da un altro punto di vista bisogna avere i soldi per poter sopravvivere. Io fortunatamente per ora ho trovato la quadratura del cerchio: con la cronaca (quando non è in viaggio, Federico lavora come fotoreporter di cronaca per testate locali e nazionali – ndr) mi pago le bollette, mi finanzio i viaggi e i progetti personali. L’ingrediente indispensabile è sì la passione per il viaggio, ma soprattutto l’adattabilità perchè spesso si lavora in condizioni davvero pessime. Se lo si vuol fare, è giusto provarci senza fermarsi alle prime porte in faccia che arrivano a valanghe!

Ride Federico e, prima di salutarci, mi assicura che nonostante l’esperienza maturata sin qui, anche lui sta ancora imparando a gestire al meglio un lavoro che, dice, “è come scolpire il marmo: possono insegnarti la tecnica, ma poi devi metterci del tuo”.

NEETU AND INDRAJEET INDIA.

#arte, #informazione, #fotografia, #fotografo, #foto, #photography, #photographer, #photo, #other, #About, #Federico Borella,

La storia d’amore che fa sognare da secoli: la passione contrastata tra il dio dell’amore e la bellissima Psiche

Amore e Psiche, gruppo scultoreo del Canova

Quello tra Psiche e Amore è uno di quei racconti eterni che per generazioni, attraverso i secoli, ha fatto sognare tutti gli innamorati. Raffigurati da pittori e scultori, i due amanti sono diventati il simbolo stesso dell’amore e della passione. Tanto più che la loro storia è una delle poche, tra i miti greci, che ebbe un lieto fine.

Amore e Psiche durante uno dei loro incontri notturni, raffigurati da Jacques-Louis David

Psiche era la più giovane, ma soprattutto la più bella di tre sorelle. La sua bellezza era così grande ed eterea da suscitare l’ira della più vanitosa tra le dee: Venere. Accecata dalla collera e dall’odio, colei che era riconosciuta proprio come la dea della bellezza, decise di vendicarsi della fanciulla e chiese ad Amore di aiutarla. Il suo piano era quello di far innamorare Psiche di un uomo di umili condizioni.

Eros risveglia Psiche dal sonno provocato dal dono di Proserpina, raffigurato da Anthonis van Dyck

Il dio dell’Amore accettò il compito assegnatogli da Venere, ma appena vide Psiche ne rimase talmente affascinato da innamorarsene egli stesso, perdutamente. La portò con sé nel suo palazzo, ma senza rivelarle la propria identità. Anche Psiche si innamorò di questo giovane misterioso che ogni sera si recava a farle visita, ma solo al calar del sole, per impedirle di capire chi fosse in realtà il proprio amante.

Ma la curiosità, si sa, è femmina. E questo vale fin dalla notte dei tempi. Una notte, Psiche, decisa a dare un volto all’uomo che l’aveva fatta innamorare così perdutamente, ma soprattutto spinta dalle due invidiose sorelle, illuminò il viso di Amore con una lanterna mentre lui dormiva. Cupido, svegliato da una goccia di olio bollente che cadde dalla lampada sulla sua spalla, rimase così deluso dal gesto della ragazza, da arrivare ad abbandonarla.

Psiche scopre l’identità dell’amante e fa cadere una goccia di olio bollente, di Jacopo Zucchi

Psiche cadde preda della disperazione e iniziò a vagare per tutto il mondo alla ricerca del suo amato. Fu così che arrivò al palazzo di Venere per chiederle aiuto. La bellissima dea sottopose la fanciulla a quattro prove impossibili da superare, ma che lei affrontò con successo grazie all’aiuto di essere divini. La prima prova consisteva nel dividere un enorme mucchio di semi in vari gruppi a seconda del tipo dei semi, il tutto prima che Venere tornasse da una festa. Fu una formica che, avendo pietà di lei, andò a chiamare le sue compagne e in men che non si dica riuscirono a dividere tutti i semi per gruppi omogenei. La seconda prova prevedeva di prelevare e portare a Venere la lana di alcune pecore dal vello d’oro. Ma mentre Psiche correva verso le pecorelle per portare a termine la sua missione, una canna la fermò svelandole che, in realtà, quegli ovini erano belve feroci che avrebbero dilaniato il suo corpo, e le consigliò di aspettare la sera e di scuotere i cespugli tra cui pascolavano, per prendere la lana che vi era rimasta impigliata. Psiche riuscì così a superare anche questa prova. La terza prova consisteva nello scalare le ripidissime pareti di un monte e riempire un’ampolla con l’acqua di una fonte sacra. In questo caso fu un’aquila reale ad aiutarla: le strappò l’ampolla dalle mani e gliela riportò dopo averla riempita con l’acqua sacra. Per superare la quarta prova venne aiutata dai consigli di una torre parlante: la fanciulla doveva andare negli Inferi e chiedere a Proserpina di mettere in un vaso un po’ della sua bellezza. Attraverso una serie di peripezie Psiche riuscì a raggiungere anche in questo caso il suo obiettivo.

Amore e Psiche dipinti da William-Adolphe Bouguereau

Dopo aver superato tutte e quattro le prove, Psiche si vide esausta e sciupata, la sua bellezza non era più la stessa. E fu a quel punto che decise di aprire il vaso per tornare ad essere bella come sempre, benché le fosse stato detto di non aprirlo per nessun motivo, pena la morte. La fanciulla aprì dunque il vaso, ma all’interno non trovò altro che un sonno profondo che la fece addormentare all’istante.

Amore e Psiche di Canova

Intanto, Amore, anch’egli preso dalla nostalgia per la propria amata, iniziò a cercarla dappertutto, finché non la scorse adagiata a terra, da dove la sollevò, rinchiudendo il sonno nel vaso e la svegliò pungendola con una delle sue frecce. A quel punto decise di portarla sull‘Olimpo per chiedere a Zeus di farla diventare immortale. Il dio di tutti gli dei accettò e le fece bere un bicchiere di ambrosiaRaggiunta l’immortalità Psiche divenne la moglie di Amore, dal quale ebbe una figlia che chiamarono Voluttà.

#mito, #Amore e Psiche, #arte, #pittura, #scultura,

Andrea De Carlo – È un lavoro, essere felici

ANDREA DE CARLO da Uto (Milano, Bompiani 1995).

È un lavoro, essere felici. È una costruzione. Devi metterla giù tavola per tavola e chiodo per chiodo, e controllare di continuo che tutto sia a posto, e tenere ben spalato tutto intorno. Ci vuole un sacco di manutenzione. […]

Anche solo per stare insieme tra un uomo e una donna. È un lavoro. All’inizio magari ti sembra proprio il contrario, ti sembra tutto istinto e caso, una specie di dono della fortuna. Più facile e naturale di qualunque altra cosa nella vita. Invece non è facile per niente. Se non cominci a lavorarci subito, va tutto in pezzi prima ancora che tu te ne accorga. […]

Vivrei solo negli stadi intermedi, se potessi, senza punti di partenza e di arrivo o scopi da raggiungere; me ne starei immerso in un continuo traballamento provvisorio riparato dal mondo, con pensieri circolanti non focalizzati, in attesa di niente. (O in attesa di tutto: cambiamenti e trasformazioni e aperture di nuovi orizzonti sorprendenti da un secondo all’altro.)

#felicità, #lavoro, #impegno, #Andrea de Carlo,